Avete presente quegli eventi mitici che si svolgono di solito a un Oceano di distanza e il lavoro, la famiglia e il portafogli sono un ostacolo sufficientemente alto per far sì che li possiate solo seguire da dietro lo schermo del pc o della TV?
Beh, ogni tanto capita che per un motivo inspiegabile l’Oceano si riduca a un lembo di pianura a due ore di autostrada da casa. Quando ciò accade sai che non puoi perdere un’occasione che mai più si ripeterà e fai di tutto per essere anche tu parte della storia.

UNA MEDAGLIA SULLA PELLE

A me è capitato con i Single Speed Ciclocross World Championship (SSCXWC un nome che sembra una sciarada) un evento fuori dalle righe, e di un bel po’ a dire il vero.
Un appuntamento che seguo dalle prime edizioni. Mi piace il suo spirito, perché pur essendo un Campionato del Mondo a tutti gli effetti è vissuto con spirito goliardico sia dagli Atleti (sì, con la A maiuscola perché c’è gente che “mena”, tipo professionisti e un paio di olimpionici, così per gradire…) sia dal pubblico, al punto che ogni tanto sembra di essere nel mezzo di una delle prove di “Mai dire banzai”.
Ma la ciliegina è che il premio per il vincitore è un tatuaggio a sorpresa, deciso dagli organizzatori ed eseguito subito dopo la cerimonia di premiazione. Non ci si meraviglia dunque se sul traguardo capita che il primo attende il secondo e lo lascia passare…

BAGNINI, BALLERINE E DOMATORI DI COCCODRILLI…

Torniamo a noi. Dopo dieci anni di permanenza negli USA il SSCXWC2017ITA, per non so quale disegno divino, si sarebbe disputato in Italia, a Verona. Non appena ricevuta la notizia, mentre la mia mente richiamava le immagini di una delle edizioni più epiche, quella di Portland dell’anno scorso, le dita componevano sulla tastiera la mail da indirizzare a colei che avrebbe potuto trasformale l’idea in realtà, mettendomi a disposizione una bicicletta consona e all’altezza dell’occasione. Erica di T.Red non ci ha impiegato molto a dirmi di sì. Come pure Ilaria Turri, anima dell’organizzazione, ad accettare che Red fosse della partita. Ok, era fatta!
Restava solo una questione tutt’altro che secondaria da risolvere. L’abbigliamento. O meglio, il costume… Sì, perché oltre a pedalare su una bici single speed, se l’atleta è mascherato, il divertimento raddoppia e il pubblico gradisce e apprezza.
Il campo di gara sembra il casting di un film di Fellini, ma non pensiate che siano solo gli scaldamozzi a fare i pagliacci, perché quando vedi Tigro superarti a velocità doppia capisci che sotto il pellicciotto arancione ci sono muscoli allenati e probabilmente la t-shirt di una squadra ufficiale.
Se dunque in taluni casi l’abito non fa il monaco, in altri (come il mio) forse sì… ciò per dire che sono sceso in cantina e ho dissepolto la mia muta da sub, mentre maschera e boccaglio, pinne e una ciambella azzurra me le ha procurate un’amica amante dell’acqua. Nel frattempo, Erica mi aveva fatto approntare una favolosa Camobeast in titanio, così oltre il mio livello di ciclocrossista single speed da mettermi in imbarazzo.

BICI, BIRRA E CULTURA

Poiché la bici non è tutto e poiché la sede dei Campionati è una delle più belle città italiane, gli organizzatori hanno creato un programma con dei risvolti anche seri e impegnati, come la visita guidata alla scoperta di Verona, del venerdì. Apprezzata tanto quanto le birre comprese nel costo dell’iscrizione e gli immancabili party, come quello di sabato, allestito addirittura sotto Porta Palio, che dopo mezz’ora di pacati episodi di fraternizzazione si è trasformato in una bolgia odorosa di vino e birra, popolata di anime che scuotevano le membra al suono del metal suonato da un talentuoso trio, con una insospettabile signora vestita da ufficio che violentava la batteria. La domanda sorge spontanea: “ma come cavolo faranno questi a stare in sella, domani?!?“.
Il programma di gara prevedeva invece più serie di batterie di qualifiche, il sabato, per designare i nomi di chi si sarebbe giocato il titolo nella finale, il giorno dopo. Tutti gli eliminati, avrebbero comunque potuto correre la cosiddetta “Everyone’s a loser race” – una sorta di finale di consolazione – che a sua volta avrebbe permesso ai primi dieci di entrare anche loro nella finale di lusso.

bici da ciclocross T°Red Camobeast titanio single speed, vista statica laterale destra
T°Red Camobeast titanio single speed
E ADESSO CHE HAI LA BICI, PEDALA!

Speranze poche, per me e la mia Camobeast, però tanta carica ed esaltazione per poter essere parte di un evento che mai avrei pensato di potere un giorno vivere in sella. Lascio la muta in macchina e mi vesto da bici; in fondo ci credo (come sempre) e quindi cerco di creare le condizioni migliori per comportarmi bene. Ma un errore, grosso e grossolano, l’ho commesso: non provare la bici sull’intero percorso, limitandomi a un riscaldamento sulla parte superiore, pianeggiante, senza strappi…
Come tutti i tracciati Ciclocross, anche lo stupendo percorso ricavato su e giù dai terrapieni e dentro e fuori le mura dei Bastioni di Santo Spirito contempla qualche ripido strappo, una discesa ripida single track e  un paio di zone con gradini ma, a differenza dei tracciati classici, il SSCXWCITA proponeva anche il labirinto della morte, il tocco dell’Illuminato, il passaggio nella porta dell’Inferno, il rifornimento al luppolo e il salto dei ceppi infuocati. Per non parlare delle partenze…

Ecco, causa un disguido con protagonisti la catena e il pignone, peraltro l’unico, ogni volta che il terreno richiedeva di alzarsi sui pedali o strappare o proponeva un tratto di acciottolato sconnesso, mi ritrovavo a mulinare a vuoto e a sacramentare prima di fermarmi per rimettere la catena dove avrebbe dovuto stare. Se già le speranze di un exploit miracoloso erano effimere, in queste condizioni il mio obbiettivo si era ridimensionato nell’evitare il triste sorpasso a opera del domatore col coccodrillo sulla schiena. Al termine della via crucis, però, per scordare i 40 minuti di calvario sono state sufficienti le due birre e la fetta di pandoro (nera di grasso) che mi aspettavano sotto il tendone della fratellanza ciclocrossista. E poi tanto, avrei comunque corso la finale dei perdenti

LA NOTTE PORTA CONSIGLIO

Ma, soprattutto, porta gli attrezzi per tirare la catena il più possibile (arretrando i forcellini sulla slitta) e sperare che sia sufficiente per portare a termine la gara senza le mani impastate di grasso.
È infine arrivato il momento. Al parco chiuso – che poi è aperto proprio a tutti… – olandesi, svizzeri, americani, cechi, tedeschi, una numerosa colonia di belgi e persino un giapponese. La mia mise è impeccabile, anche se la muta tira sul collo e la corda che tiene pinne e ciambella sulla schiena mi stringe come una coppa. Lo speaker ci chiama ai nastri e svela come avverrà la partenza della finalina; sì, perché come ho anticipato, anche la partenza dei SSCXWC è singolare. La nostra sarebbe avvenuta con una scarpa ai piedi e l’altra attaccata alla bicicletta, parcheggiata trenta metri dopo lo striscione! Peggio sarebbe però andata ai big, che avrebbero dovuto arrampicarsi su una riva scoscesissima, venti metri sotto la partenza, per raggiungere le bici e lanciarsi verso la gloria.
La cronaca della gara è un dettaglio. Mi sento invece di spendere qualche parola sul colore e sconsigliare l’abbigliamento da sub… Dopo dieci metri stavo già sudando e dopo venti, faticavo a respirare. in effetti, se la muta si usa per andare sott’acqua e non in bici, un motivo ci sarà. Il Ciclocross è un po’ come correre i 400 metri: devi dosare le energie ma anche tirare così finisce che esageri, ti ritrovi sempre fuorisoglia e alla fine sei tutto gonfio e duro. Però, mentre pedali ti diverti: bello smontare di sella per saltare le assi e salire i gradini (che i forti facevano in bici!), bello il ripido single track dove l’esperienza in Mtb ti fa sembrare uno tosto e il pubblico apprezza, divertente il passaggio nel tunnel illuminato dalle torce e chiuso con pezzi di stoffa, micidiali gli strappi ripidi che affronti pedalando come al rallentatore, caracollando per caricare tutto il peso su ogni gamba. Unici il rifornimento obbligato, con la birra passata dagli spettatori e dagli altri atleti, l’ostacolo di ceppi ardenti accesi e posizionati con meticoloso sadismo, il tiro al bersaglio con le palle di gommapiuma ad ogni passaggio sotto il traguardo e l’omaggio al Dio del Single Speed al centro del labirinto. Un po’ come le Probabilità e gli Imprevisti del Monopoli…

Comunque, goliardia a parte, i due vincitori meritano gli onori della cronaca perché hanno pedalato davvero forte: la statunitense (torinese da pochi mesi) Megan Chimburg, ciclista/violinista di esperienza e Andrea Pirazzoli, atleta di rango del team Supernova con una certa dimestichezza con le ruote tassellate (che però non ha toccato alcool al party del sabato sera e non ha pedalato indossando pellicce o parrucche).
Anche fra le biciclette c’è stata una vincitrice, non ufficiale ma di pubblico, ossia la mia Camobeast, la più ammirata in assoluto. E io che dopo le qualifiche la volevo trasformare in una scultura da giardino…