Maxiavalanche Cervinia: dai ghiacci ai prati senza fiato

28 agosto 2018 - 2:08

Il destino quasi scontato dei sogni che finiscono nel cassetto è di rimanerci fino a sbiadire, vuoi per colpa di altri sogni più freschi, vuoi per raggiunti limiti di capienza… Capita a volte, però, che il cassetto si apra senza una specifica volontà del suo proprietario e uno dei sogni prossimi allo sbiadimento muti improvvisamente dallo stato di oblio a quello di insperata realtà. Questo è quello che è successo nel mio cassetto un paio di settimane fa.
LA BRACE SOTTO LA CENERE
Della gonfia pila dei sogni, uno di quelli più datati (lì dentro dal 1995) era partecipare alla Megavalanche, la mitologica downhill marathon nata in Francia all’Alpe d’Huez: 30 km di lunghezza, 2.600 m di dislivello, partenza in massa su un ghiacciaio e giù a vita persa fino a che non c’era più montagna da scendere… Era la gara più pazza che mente umana avesse mai partorito e, naturalmente, era subito entrata nella lista delle cose da fare quanto prima.
Le vicende della vita avevano però poco alla volta portato il “quanto prima” a un passo dai contorni del “mai”, quando in redazione è arrivata la mail di George Edwards, vecchia conoscenza e ideatore della Megavalanche, che mi invitava a Cervinia per assistere alla Maxiavalanche, format un po’ più dolce (se due manche da 1.500 metri di dislivello su 12 km la prima e 1.000 metri su 7 km la seconda possono essere definite tali).
“What?!? Hei George, are you kiddin’…” “Stai scherzando? Sono 23 anni che sogno questo momento (anche se in realtà me ne ero ormai scordato, ma lui non lo sapeva) e tu mi chiedi di venire a vedere gli altri che lo vivono?!?” “Ok – rettifica lui – come and race!”.

QUESTIONE DI DETTAGLI
Il cassetto si era aperto. Ora non restava che mettere insieme i pezzi per dare forma al sogno. Mi mancavano solo la bici adatta, un casco molto robusto e un paio di gambe da atleta… Se per questo ultimo elemento del corredo sapevo che non ci sarebbe stato nulla da fare, per il resto ero sicuro che con qualche telefonata avrei risolto. Come non detto… Eccomi il giorno prima della gara a chiedere in prestito la bici a un amico (ovviamente senza dirgli cosa ci avrei fatto) e a mettere sottosopra la cantina alla ricerca di quell’integrale che ero sicuro di aver usato per provare il percorso della downhill di Cap d’Ail quando Nico Vouilloz era solo al secondo dei suoi dieci titoli. Ma era scritto nelle stelle che sarei riuscito a schierarmi in cima al ghiacciaio del Plateau Rosa, il come era un dettaglio trascurabile…
Equipaggio: io, la Marti (che quando può fotografare gente che fatica in situazioni poco scontate si esalta) e il furgone di RED.
Programma: partenza venerdì pomeriggio, così da poter essere operativi sabato mattina di buon’ora per un paio di discese di ricognizione prima delle qualifiche del pomeriggio.
Ad attenderci a Cervinia ci saranno Daniele Herin (deus ex machina dell’organizzazione e capo supremo degli impianti del Breuil) con i ragazzi della compagnia che ha messo insieme: qualcuno che di Mtb ci vive (Ale, che senza una gamba porta in giro i biker sull’Alto Garda e fa l’apripista di DH in World Cup) e qualcuno che non può vivere senza (Nic, Laurent e tutti gli altri). Loro sono su da giovedì e hanno passato il venerdì a girare sul percorso della Maxi e nello stupendo Bike Park.
Venerdì sera, l’ultima cosa che faccio prima di infilarmi a letto è attaccare alla bici la tabella con il mio numero e il logo della Maxi 2018: il sogno sta pian piano prendendo spessore.

SEMPRE PIÙ IN ALTO
Finalmente sabato, finalmente in sella anch’io. Voglio assolutamente salire a provare il tratto iniziale, quello da 2 km di ghiacciaio, quello dove i primi volano a 100 all’ora. Bello vedere Cervinia colorata dai biker e condividere ovetti e cabinovia con altri come me: ti gasa e aumenta ancor più la sensazione di partecipazione.
Sono le 10:30 quando si aprono le porte e la funivia ci deposita sulla balconata di Plateau Rosa; il clima è mite e lo spettacolo straordinario, era un po’ che non salivo qui sopra e comunque mai lo avevo fatto con una bicicletta fra le mani. La neve è pesante, segnata dalle centinaia di biker che ci hanno messo le ruote prima di noi. Massì, sarà come guidare sulla sabbia o sul fango: un po’ di velocità, peso sulla ruota posteriore e via… Sì, certo, bravo… Niente a che vedere! Come tocchi il freno posteriore (peraltro montato al contrario rispetto a come sono abituato sulla mia Mtb), sei già irrimediabilmente in testa coda e, se per miracolo riesci ad andare diritto, guadagni velocità in un attimo e ti rendi conto di non avere il minimo controllo sulla ruota anteriore, poi, quando cadi, non sai bene dopo quanto riuscirai a fermarti… Non male come primo approccio.
Vabbé, alla fine del ghiacciaio ho le chiappe congelate e gli stinchi pieni di sangue, ma ho più o meno capito come usare i freni e il peso del corpo. Il resto del tracciato è come mi aspettavo: la prima parte fino a Plan Maison su pietraie, non molto tecnica e abbastanza scorrevole, con qualche rilancio (peccato che si pedali dai 3.500 ai 2.600 m con il cuore a mille e dopo pochi metri di fuori sella sei già fuori soglia). Diversa la seconda parte, più enduristica e tecnica, con il passaggio nel Park e il trail nel bosco. Se l’affanno è minore, la stanchezza si fa sentire, con gambe e braccia che faticano ad assecondare la guida, molto più fisica. Se in alto la “mia” bici è stata compagna perfetta, qui sotto una bella manciata di mm di escursione in più sarebbe stata benedetta. Ma tant’è…
Cotto quanto basta riprendo gli ovetti e salgo a Cime Bianche, da dove partono le qualifiche. Tracciate su un percorso che da 2.800 metri scende a Cervinia, si svolgono con la medesima formula della gara, ossia partenza di massa suddivisi per griglie. Il via è in cima a un enorme ghiaione grigio come le nuvole che hanno coperto tutto il cielo e che danno alla scena un contorno quasi epico, un’epica che si trasforma in dramma quando dopo un primo fragoroso tuono comincia dapprima a piovere e poi a grandinare…
In realtà, dopo un quarto d’ora tutto finisce ma quello scampolo d’inferno è bastato a trasformare in sapone di Marsiglia le pietre del primo tratto e a lardellare tutte le radici del sottobosco che porta all’arrivo. Ma stavo vivendo un sogno e nulla mi avrebbe potuto infastidire, a parte la giacca impermeabile che mi sfilo a metà prova perché mi fa sudare più che ai mondiali di ciclocross single speed vestito con la muta da sub.
Il sabato della Maxi termina qui – anzi, finisce dopo aver lavato e ingrassato la bici -, ma quello del villaggio si protrae ancora a lungo insieme ai ragazzi del gruppo, nel frattempo raddoppiato di numero e in rumorosità.

IL GIORNO
Domenica. Big Sunday, parafrasando quello che è uno dei miei tre film preferiti. Apro la finestra e mi riempio gli occhi con un Cervino che si staglia nel blu; le nuvole del sabato sono un ricordo. In base ai tempi delle qualifiche è stato assegnata a ciascuno una griglia di partenza e una finestra di tempo nella quale prendere gli impianti per raggiungere Plateau Rosa. Alle 8:30 io e la Marti saliamo sulla cabinovia, gli altri sono più avanti perché qualificati meglio di me. In cima è uno spettacolo, i gatti lavorano da un paio d’ore e hanno tirato la pista come un biliardo.
Lo speaker chiama gli atleti della prima griglia, i più forti, che si schierano un centinaio di metri sotto l’arrivo della funivia. Basta guardarli mentre percorrono quel minimo tragitto, chi su una ruota, chi giocando con il retrotreno in derapata, per capire cosa sta per succedere.
La musica pompa, si alzano in sequenza i cartelli dei “5 minuti”, “1 minuto”, “30 secondi”, “10 secondi” alla partenza e, quando si abbassa la fettuccia, 100 animali cominciano a menare come degli ossessi, manco stessero pedalando sull’asfalto, e in pochi secondi sono già scomparsi a cento all’ora… Raccolgo la mandibola, ricomincio a respirare e aspetto il mio turno.
La storia si ripete un’altra volta per la seconda griglia. Musica, cartelli, fettuccia, azione, puntini in fondo alla discesa… Sono sempre più teso ed esaltato.
Ora tocca a me. Ora sono io dietro la fettuccia. Mi metto verso il lato di sinistra, il panno del biliardo di neve sembra ormai quello di un infimo bar di periferia, tutto segni e rattoppi, ma forse ai bordi è meno rovinato. Musica, cartelli, tensione che sale, fettuccia che scende… Qualche pedalata la do anch’io, ma prima ancora di raggiungere metà della velocità dei veloci è già tutto un gioco di centratura del peso, un lavoro di tira e molla dei freni e pressione sui pedali, sperando che nessuno mi tocchi dentro o, peggio, mi cada davanti. Incredibile, arrivo in fondo al ghiacciaio senza mai aver messo il sedere per terra. Certo, nel tempo in cui ho percorso quei due chilometri, i primi hanno fatto mezza gara, ma per me il primo traguardo è già raggiunto. Da lì a Plan Maison tutto fila liscio e benedico la ricognizione del giorno prima perché mi ha illuminato sulle traiettorie di due scollinamenti ciechi, che a non pochi biker costano il classico ribaltone da indecisione.
A metà discesa rifiato, mi prendo il tempo per fare due sorsi dalla borraccia e mi infilo nel Bike Park. Una goduria fatta di dossi, paraboliche sulle assi, ponti, un paio di drop e una serie interminabile di curve con la sponda. Proprio nel pieno del flow, quando mi sento una specie di Semenuk delle Alpi, azzardo un sorpasso ma chi mi precede non lo saprà mai… Forse con la coda dell’occhio avrà visto volare una bici, forse avrà udito un “occazzo!!!”, fatto sta che senza sapere nemmeno il perché, mi trovo a gattonare come un poppante con la bocca che sa di terra e una coscia dolorante. Il tempo di recuperare la bici, sgrovigliare il manubrio e sono ancora in sella: un po’ meno Semenuk di prima ma giungo dignitosamente al traguardo.
L’adrenalina è ancora tante e la testa guarda alla seconda manche, quella più corta e quasi tutta nel bosco, che partirà fra un paio d’ore; mi siedo sui gradini della chiesa con un panino in mano (i francesi non prevedono nemmeno una banana, un quadretto di crostata o una bottiglietta d’acqua, tanto ci sono un sacco di bar e le fontane…) e un sacchetto del ghiaccio sotto i pantaloncini.

LA SAGGEZZA DEGLI ANZIANI
Quando decido di rimettermi in piedi per raggiungere gli ovetti non riesco quasi a camminare: la coscia sembra quella di Rummenigge ed è dura come un melone acerbo. Mi è uscita la botta del volo di prima e mi rendo conto che non riuscirei ad affrontare un’altra discesa. Ma la rinuncia non mi pesa perché so bene che buttarsi di nuovo a valle non sarebbe divertente e finirei con il trasformare una giornata straordinaria in un’avventura da dimenticare. Sono contento e aspetto con serenità e profonda gioia gli amici che stanno affrontando la loro prova finale. Quando arrivano li aspetta il trofeo di “finisher”. La loro Maxi è completa, ma non ne hanno abbastanza e decidono di andare a farsi ancora una discesa dal Bike Park; li seguiamo anche io e la Marti, ma solo per fare qualche foto ad Ale “Carbon Hook”, mono gamba doppio stile…
UN SOGNO CON SEQUEL
Quando riscendiamo a valle saliamo a bordo dell’ultima funivia, quella delle 16:30. Non c’è più nessuno sulle piste, né in bici né a piedi. Guardo oltre i vetri della cabina e vedo una giornata intensa e vissuta fino in fondo, proprio come deve essere un sogno. Sul furgone di RED, insieme ai miei vestiti impolverati, a un casco improbabile e a una bici prestata, c’è una tabella portanumero che andrà a riempire uno spazio che non ricordavo nemmeno più di averle lasciato. Certo, non ho fra le mani la medaglia di “finisher” e la cosa, a freddo, mi ruga un po’, ma 12 mesi non saranno sufficienti a farmi dimenticare di tornare a prenderla.

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