Thok Tribe, la prima volta

16 ottobre 2018 - 18:10

Devo dire la verità, se dietro a questa cosa non ci fossero stati Miglio e Pippo, non avrei scelto di passare il fine settimana a Fanano. Ma l’invito di mr. Thok, più di una vecchia conoscenza, e lo zampino del “Randagio” non mi hanno nemmeno fatto nascere il dubbio: non avevo ancora finito di leggere il programma del primo raduno della tribù dei “Thokers”, che già le Nikon della Marti erano sotto carica e la borsa si era riempita di quanto mi sarebbe servito per due giorni di freeride sui favolosi trail dell’Appennino Modenese, fra le alture che preludono al Monte Cimone.
EFFETTO VINTAGE
Stefano Migliorini, oltre a essere uno degli atleti che ha portato l’Italia ai vertici della Downhill nel periodo d’oro del Mountain Biking, è colui che un paio di anni fa ha avuto una parte rilevante nell’accendere la scintilla del marchio Thok. Lo conosco da quando, erano gli anni 90, correva con John Tomac e Nico Vouilloz (per fare due nomi…) e io parlavo al mondo dei biker dalle pagine di Tutto MTB. Appesa la tabella al chiodo si è fatto ben volere anche dall’altra parte della barricata, collaborando con numerose aziende del settore, prima di fare un altro salto e diventare lui il boss.

Anche Pippo Marani l’ho conosciuto nella golden age delle ruote grasse. Uno dei pionieri, uno dei primi che si è cimentato nella DH (quando avere una forcella ammortizzata da 50 mm era un sogno) prima di diventare uno dei tracciatori di riferimento dei percorsi di World Cup e un irresistibile istrione. Da trent’anni innamorato della mountain bike, Pippo conserva lo stesso ardore di allora e pedalarci insieme è un piacere, sia perché i trail sui quali ti porta sono una certezza, sia perché il tempo che ci passi a fianco (dietro, quando il sentiero si fa incazzato) è sempre piacevole.
THOK TRIBE
Ecco perché a Fanano mi ci sono fiondato subito. Pedalare con loro e farlo in sella a una bici che volevo provare da due anni era un’occasione che non mi sarei perdonato di aver perso. L’occasione, come ho anticipato, è stata il primo raduno di Thoker: clienti, qualche dealer e appassionati del marchio ai quali la factory ha voluto dedicare due giorni di bici e cameratismo che sarebbero entrati nella storia. Non è così usuale che sia la casa madre a organizzare e sostenere un evento di questa natura, preferendo di solito che siano le varie community a fare e disfare ma, tant’è, Thok ha organizzato tutto, dalla logistica al programma, agli ospiti, all’assistenza, alle tabelle personalizzate con il nome di ciascun partecipante.

A CASA DI PIPPO
10 e lode per la scelta della località. Base a Fanano, nell’Alto Frignano, alle pendici del massiccio del Monte Cimone. Montagne attraversate da una ragnatela di percorsi di ogni tipo, dove si può pedalare per giorni senza incontrare le proprie impronte. Natura selvaggia e scorci mozzafiato colorati di autunno, che da soli valgono il prezzo del biglietto. Se poi a concatenare itinerari ad-hoc per godere del motore Shimano e dei 150 mm di escursione delle Thok è Pippo, che conosce a memoria ogni pietra di questi trail, il 10 è garantito. La lode ce l’ha messa il meteo, con due giorni di sole e temperature da “corto”.
DAY ONE
Il programma del primo Thok Tribe meeting prevedeva un giro più corto il sabato, caratterizzato da una ride school estemporanea su alcuni passaggi tecnici da affrontare uno alla volta, seguendo i consigli di Miglio, Pippo e Stefano Rota, che per l’occasione ha lasciato nel cassetto la fresca maglia tricolore Enduro per indossare quella con il logo Thok.

Beh, dopo venti chilometri di pedalate e “siediti in punta”, “gomiti in basso”, “tira con le braccia”, “lascia lavorare il motore”… a fine giornata tutti sapevano guidare meglio una e-Bike e, oltre al tasso di dopamina, era cresciuto anche il livello tecnico del gruppo e si erano create le condizioni propedeutiche per affrontare al meglio l’escursione del giorno dopo. Poiché con la Mtb a pedalata assistita si fatica meno – a parte Gas, il cane di Pippo, che fa sempre il doppio della strada di tutti -, la sera a tavola le nostre batterie energetiche hanno ancora almeno tre tacche di carica… L’atmosfera si scalda ancora di più quando si unisce alla tribù Livio Suppo, altra pedina fondamentale del progetto Thok e quando, in collegamento face time, arrivano i saluti di Loris Capirossi e Tony Bou, testimonial il primo e tester di lusso il secondo. A tigelle, funghi e vino si alternano le premiazioni sempre più improbabili di Miglio, che spaziano da un grande classico come il “Toker che arriva da più lontano”, al “Thoker più social”, inquietante simbolo del nostro tempo; ma il clou della serata, che ne sancisce anche la conclusione come l’amaro alle erbe o il limoncello, sono un asse da toilette al collo del dealer più virtuoso e un altro al collo di Pippo, come una sorta di Oscar alla carriera.
DAY TWO
Qualche occhio pallato e lingua felpata, ma soprattutto entusiasmo intorno al gazebo dove i ragazzi di Thok già alle 8 erano pronti ad accudire la tribù a batteria. Tutti avevamo seguito il consiglio di Miglio e Pippo della sera prima: “Colazione abbondante, mi raccomando, che ci aspettano quindici chilometri di salita…” Il tour, circa trentacinque chilometri per 1.700 metri di dislivello, prevedeva infatti una decina di chilometri di asfalto di salita moderata prima di infilarsi nel bosco e continuare a salire ma a doppia cifra. Verso metà avremmo fatto sosta presso un rifugio dove era stato allestito un punto di ricarica o sostituzione batterie per chi avesse esagerato con Trail e Boost, poi mangiaebevi fino al ristoro e, da lì, picchiata vertiginosa per tornare alla base.
A sorpresa, Mimì e Cocò si erano inventati di mettere in scena una specie di “No feet contest”, in cui ciascuno doveva cercare di superare alcuni passaggi senza mettere il piede a terra. Ovviamente, ciò che Pippo aveva descritto come “umano” e “fattibile”, si è rivelato “disumano” e “quasi impossibile”, tranne che per due trialisti che sono riusciti a passare indenni, ma non dappertutto. Altrettanto ovviamente, lo stesso Randagio, vittima esso stesso delle sue trappole, è stato fatto oggetto di scherno e lancio di pigne, rami secchi, ricci e manciate di fango.

LA BALENA BIANCA E I CICCIOLI
Al punto di ricarica, mentre i più affamati di elettricità si sono avventati sulle ciabatte attaccate al generatore, chi aveva guidato in modo più accorto (anche facendo a meno del motore sui primi asfalti), si è avventato sulla crostata alle more della signora Marisa, davanti allo spettacolo inquietante di quel groviglio di corpi, telai e cavi che mi ha riportato alla mente le immagini del capitano Achab, legato sulla schiena di Moby Dick…
Da lì ancora duecento metri di dislivello e un’oretta di pedalata prima di sbucare sull’altipiano del lago di Pratignano. Una stupenda prateria che sembra rubata a un documentario del National Geographic sul Nordamerica e che mi ha talmente rapito che per poco non sono saltato in spalla a chi, davanti a me, ha improvvidamente fatto 50-0 km/h in meno di un secondo perché credeva di aver perso gli occhiali…
Scampato pericolo, con perfetto tempismo abbiamo raggiunto il punto di ristoro, dove ciccioli, salame, formaggio e vino hanno preparato corpo e animo per il gran finale. Il tocco da maestro di Pippo, che ci ha messo in riga giù per la Cà Fuochi, a suo dire una delle linee DH più toste dell’Appennino: insidiose canaline, prima di infilarci nel bosco, che si sono poi trasformate in pietre, tante pietre; un tracciato movimentato da tornantini ripidi e tecnici che Stefano (Rota, a cui mi ero accodato per ammirarne la tecnica e la pulizia di guida) affrontava in nose press con più sicumera di quanta ne avesse nello spellare il salame, dieci minuti prima.
BOOST E CORTO CIRCUITI
L’esaltazione da adrenalina per la discesa ha offuscato la mente di qualche Thoker che, dimentico di aver preferito la crostata della Marisa alla ciabatta della ricarica, ha assalito i 500 metri al 30%, che riportavano al camping da cui eravamo partiti, a tutto Boost, accompagnando il mulinare di gambe con urla da mandriano. Urla che a metà salita, nel momento in cui la gamba ha smesso di mulinare sospinta dal motore, si sono incastrate in gola bloccate da profondi gemiti e sommessi rosari. Un corto circuito al contrario, per mancanza di corrente…
Mentre parcheggio la “mia” MIG, stacco la tabella con il mio nome, smonto il Polar e mi chino a svitare i pedali, penso che ora, in fondo, un po’ Thoker lo sono anch’io e, nonostante la mia ricarica sia stata solo di due giorni, se la gestisco bene e non mi faccio fregare dal boost, potrà forse durare fino al Thok Tribe meeting #2.

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