Immortality, Inc., le nuove frontiere della tecnologia puntano sulla longevity

Dallo spazio alle cellule. Nel XXI secolo scienza e tecnologia si concentrano sull’infinitamente piccolo, un business da miliardi di dollari che richiama i grandi player della Terra, tutti impegnati nella ricerca sulla longevità. Il progetto fotografico di Alessandro Gandolfi Immortality, Inc. allestito al CICAP Fest racconta le nuove frontiere dell’anti-aging

«Se negli anni Sessanta l’obiettivo era andare sulla Luna – afferma Steve A. Garan, scienziato leader nel campo della ricerca sull’invecchiamento – oggi la sfida è riuscire a vivere il più a lungo possibile. Ci riusciremo, perché cinque milioni di persone qui nella Silicon Valley, in un raggio di dieci miglia, stanno lavorando per questo».

Dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, dunque: dallo spazio alle cellule del corpo umano, la ricerca scientifica e tecnologica del XXI secolo è focalizzata su un obiettivo che l’uomo persegue fin dai tempi antichi, ovvero la capacità di fermare il tempo. Quella della longevity, infatti, è una tendenza che si è tradotta in una nuova frontiera di investimento per un business da cinquanta miliardi di dollari in cui stanno investendo tutti i grandi player: da Facebook a Google, da Amazon a PayPal.

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Tokyo, Giappone. Miraikan, The National Museum of Emerging Science and Innovation: un particolare di Alter, un robot esposto al museo. Alcuni sostengono che in futuro la nostra mente potrà essere interamente downloadata all’interno di un umanoide simile a questo e dunque – senza più i limiti fisici imposti dal corpo umano – poter vivere per sempre. Ph. Alessandro Gandolfi

Il progetto Immortality, Inc.

A documentare il fenomeno Alessandro Gandolfi, foto-giornalista interessato ai mutamenti economici e culturali della società che, attraverso il progetto fotografico Immortality, Inc. (in collaborazione con l’agenzia Parallelozero, di cui è cofondatore), ha messo insieme i tasselli che compongono il grande puzzle che sta prendendo forma in questi anni. Partendo dalle parole di Yuval Noah Harari: «Nel XXI secolo gli umani faranno un serio tentativo di diventare immortali. Una quota minoritaria ma crescente di scienziati e intellettuali ha ammesso che l’impresa più importante che attende la scienza moderna è la sconfitta della morte e la promessa di essere eternamente giovani» contenute nel libro Homo Deus, Gandolfi ha intrapreso un viaggio tra le aziende in cui avvengono i più avanzati studi sull’anti-aging, dalla ricerca su bioingegneria, nanomedicina, genetica e intelligenza artificiale, alle discutibili tecniche pseudoscientifiche di crioconservazione e download della mente.

La mostra, allestita a Padova in occasione del CICAP Fest – evento organizzato dal Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, fondato nel 1989 da Piero Angela, Margherita Hack, Umberto Eco, Rita Levi-Montalcini, Carlo Rubbia, Massimo Polidoro – ha descritto un mondo ancora poco conosciuto ma su cui sta puntando la ricerca. 

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Tsukuba, Giappone. Hal, un esoscheletro terapeutico dell’azienda Cyberdyne. La Hal Therapy fornisce “trattamenti medici per il miglioramento funzionale dei pazienti con problemi cerebrali, nervosi o muscolari, incluse lesioni spinali ed embolie cerebrali”. Ph. Alessandro Gandolfi

«Alla Stanford University ho incontrato un italiano, Marco Quarta, che con la sua start up Rubedo sta lavorando all’individuazione di una farmaco per combattere le cellule senescenti nell’uomo: una caratteristica che accomuna gli organismi di età avanzata, infatti, è l’accumulo di cellule zombie, le cellule senescenti, appunto. Presentano un fenotipo unico di blocco irreversibile di crescita e secernono diverse componenti pro-infiammatorie (conosciute anche come SASP). Se queste cellule vengono eliminate si può ridurre l’insorgenza e il decorso di varie patologie. Un ambito di ricerca molto interessante dal punto di vista del contenuto, meno sul piano fotografico, dove invece è decisamente più d’impatto l’immagine degli enormi bidoni in cui vengono crioconservati i corpi sotto azoto liquido a meno 196 gradi. Firmando un contratto con una di queste aziende, infatti, per 200mila dollari, una volta morti ci si può far ibernare in attesa di essere risvegliati in futuro. Già oltre duemila persone nel mondo hanno scelto questa strada». 

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Mosca, Russia. Alexey Samykin, uno dei coordinatori del movimento transumanista moscovita, davanti a un contenitore di corpi crioconservati nell’edificio di una delle due sedi della società Kriorus. Ph. Alessandro Gandolfi

Scienza, tecnologia e pseudoscienza

Una tendenza che vede ricerche scientifiche e pratiche pseudotali, entrambe impegnate a individuare l’elisir di lunga vita. Ma, se queste ultime sono sposate da guru transumanisti come Aubrey de Grey, fondatore del SENS (Strategies for Engineered Negligible Senescence), convinto che «la vecchiaia è una malattia curabile come tutte le altre» e che «raggiungeremo l’immortalità fra qualche decennio, quando saremo in grado di effettuare una buona manutenzione al nostro corpo come facciamo con le auto», le ricerche scientifiche stanno cercando, più ragionevolmente, di incrementare la health span più che la long span, puntando a far arrivare sempre più persone a cento anni in buona salute, piuttosto che farne giungere pochissime a duecento. A breve potremo riparare cartilagini, rigenerare organi e crearne di nuovi artificialmente. I progressi nel campo della bio-stampa 3D e della medicina robotica sono straordinari, e all’Humanitas University di Milano gli studenti fanno pratica su pazienti-robot. E tra qualche anno i robot potremmo essere noi: sono sempre più diffuse, infatti, forme di ibridazione uomo-macchina, come cuori artificiali ed esoscheletri. 

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University of Tokyo, JSK, Giappone. Jouhou System Kougaku Laboratory: uno studente al lavoro su Kengoro, al centro, il più avanzato robot umanoide esistente. Ph. Alessandro Gandolfi

I centenari di Okinawa

Il progetto Immortality, Inc. cattura anche altre contraddizioni: di fianco a immagini di aziende ipertecnologiche accosta foto del villaggio di Ogimi, a nord dell’isola nipponica di Okinawa, una delle cinque blue zone al mondo, quelle con la speranza di vita di più alta. Nel 1970, quando il professor Suzuki vi arrivò da Tokyo, non trovò né ospedali né medici ufficiali, eppure la buona salute era diffusa ovunque. Il diabete e le malattie cardiovascolari erano sconosciute, e il rischio di contrarre un cancro era quattro volte inferiore alla media. «Ma, quando gli stessi abitanti emigravano in Paesi occidentali – spiega Suzuki – iniziavano a sviluppare gli stessi disturbi delle popolazioni locali. Perché?». Insieme ai ritratti dei centenari, Gandolfi ha immortalato il festival di Ungami, durante il quale gli uomini escono in barca in occasione del rituale di ringraziamento al dio del mare. «Il segreto di questa gente? L’ereditarietà incide per un venti per cento – continua il professore – il resto dipende da fattori ambientali come la dieta, la vita sociale e quello che noi chiamiamo ikigai: il darsi una ragione di vita».

Di fronte a una così vasta offerta di proposte per l’immortalità, tuttavia, è bene tenere a mente che la nostra bussola, come in ogni ambito della vita, dev’essere il dubbio: così come insegna il CICAP, coltivare scetticismo e senso critico permette di non incappare nella trappola delle pseudoscienze, ma di farsi domande e utilizzare la scienza come strumento di navigazione nel mare dell’incertezza.