Prova Specialized Turbo Kenevo Expert 6Fattie

21 dicembre 2017 - 18:12

Si chiama Trail dei Corni ed è una delle gare di Trail Running top della stagione. Ci è sembrato che 2.000 metri di dislivello spalmati su 26 chilometri potessero essere un discreto banco di prova per la nuova Turbo Kenevo. Come dire, se il Trail sta al Running come l’Enduro al Mountain Biking, la scelta di fare la ricognizione del percorso dell’edizione che avrà luogo nel 2018 con una delle e-Mtb più attese della stagione era un’idea buona o quantomeno originale.
DALLA CARTA ALLA SELLA
Com’è fatta lo avevamo già spiegato nei dettagli (leggi l’articolo) al momento della sua presentazione, non ci restava dunque che salirci in sella e mettere le ruote dove devono stare, ossia fra sassi e radici. Sì, perché lì comincia il divertimento con la D maiuscola: la Kenevo è proprio come sembra che sia quando la guardi, uno schiacciasassi che non si ferma davanti ad alcun ostacolo, compatibilmente con le gambe e il pelo di chi la guida, ovvio, poiché i limiti del pilota (normale) arrivano prima di quelli della bici…
La curiosità era molta e rivolta soprattutto alle prestazioni del nuovo motore Brose Turbo 1.3, per il quale Specialized prometteva grandi cose, evoluzione di quello che equipaggiava la Turbo Levo testata lo scorso anno (leggi la prova).


PER SCENDERE BISOGNA SALIRE
Beh, è proprio per rendere più dolce la fatica che c’è il motore, quindi l’idea di sciropparmi mezz’ora di salita vera non mi preoccupava più di tanto. Anzi, più lunga la salita, più gustosa la discesa.
Come mi aspettavo (capita spesso con Specialized), in sella sono subito a mio agio anche se il feeling fa i conti con la mole della Kenevo, sia in termini di prestanza sia di peso (la bilancia dice 24,8 chili), con un manubrio da 800 mm e un assetto che se chiudi gli occhi ti sembra di essere seduto su un cinquantino da Cross. Ma è un’impressione effimera che dura pochi metri perché, sia l’estrema silenziosità del motore sia il suo apporto fluido e per nulla invasivo, lasciano il più possibile intatta la sensazione di pedalare su una bici. Non solo, grazie alla geometria Trail basta un minimo di malizia per arrampicarsi su pendenze davvero impressionanti senza che l’avantreno si alleggerisca troppo perdendo in precisione. Certo, non aspettatevi che si inerpichi come la Levo, ma si tratta pur sempre di una Enduro e si comporta a livello di molte Trail…
Per la maggior parte delle situazioni la mappatura Eco si dimostra ottimale, lasciando ai programmi Trail e Turbo pochi momenti di gloria, anche perché grazie alla possibilità di personalizzare, attraverso l’App Mission Control, l’erogazione della coppia si può davvero plasmare l’assistenza al proprio stile di guida.
Poi, finalmente, il comando per gestire le mappature è diventato remoto, sul manubrio, e dispone anche del comando Walk Assist, per aiutare a spingere la Turbo Kenevo quando si devono superare tratti che non si riescono a pedalare, e di una sorta di boost che, a dire il vero, non mi hanno soddisfatto appieno causa una certa pigrizia nell’entrare in azione.
Il display non c’è perché il sistema dialoga tramite il protocollo ANT+ con i più diffusi ciclocomputer in commercio, a favore di una maggiore pulizia del ponte di comando. E poi, tutto ciò che non c’è non si può rompere…

GEOMETRIA E PRESTAZIONI
Le quote della Turbo Kenevo parlano un linguaggio piuttosto chiaro e lasciano intuire quello che è il suo carattere: un carro supercompatto da 443 mm, con interasse di 1.233 mm promette reattività e stabilità, sterzo a 65° e sella a 74,6° con altezza movimento di 350 mm, reach e stack a 455 e 619 mm preannunciano maneggevolezza, trazione e controllo. In effetti, queste sono proprio le caratteristiche che ho riscontrato sia sulle pietraie e fra i sassi dei trail che scendono dai Corni di Canzo, sia fra le radici del ripido sottobosco del Monte Megna, sul lato opposto della Valle, lungo una via crucis di nome e di fatto…

L’ottimale bilanciamento generale è enfatizzato dal lavoro egregio delle sospensioni, in particolare il mono Öhlins TTX 22M a molla, la cui macchia gialla è l’unica nota di colore della bici, capace di filtrare con efficacia sia le piccole asperità sia le sequenze di pietre più irregolari. Il suo comportamento può essere minuziosamente personalizzato in ogni fase dell’azione grazie alla possibilità di regolarne l’idraulica in ritorno e in compressione alle alte e basse velocità.
Lavora bene anche la forcella Rock Shox Lyrik RCT3, sensibile e rigida, che contribuisce alla buona precisione dell’avantreno della Kenevo. Ampia la gamma delle personalizzazioni in fase di setting anche se non ho trovato una marcata caratterizzazione delle tre modalità predefinite di compressione open, pedal e lock.

GIÙ A TUTTA
Pagato (con discreto piacere, come abbiamo già fatto notare) l’inevitabile prezzo della salita, l’investimento in sudore e calorie più che dallo scenario (comunque stupendo) è ripagato dalla discesa, ma era scontato. Il primo movimento automatico è premere con il pollice il comando del Command Post WU, che mentre abbassa la sella la inclina all’indietro, poi si sblocca la forcella e quindi si punta il manubrione verso il basso. Più la si molla, più la Kenevo si esalta e i suoi 180 mm di morbidezza si mangino tutto ciò che le fai scorrere sotto le ruote.
Stabile, precisa e decisa (paga un po’ in termini di sveltezza e reattività quando le curve si fanno più strette, ma era normale aspettarselo), ti fa sentire di avere tutto sotto controllo. Se la salita mi ha fatto apprezzare scorrevolezza e grip delle gomme (le casalinghe Butcher da 2.8″), la discesa conferma l’impressione aggiungendo anche il comportamento in piega e frenata, anche se il formato Plus all’anteriore a me non piace troppo perché mi trasmette meno feeling rispetto a sezioni “normali”, soprattutto nelle curve con appoggio e quando un letto di foglie riempie il fondo del sentiero.
Ottima la frenata garantita dagli SRAM Code R con dischi da 200 mm, sia per potenza sia per modulabilità e, come di consueto, poco percepibile l’effetto sull’efficacia della sospensione FSR.
Dulcis in fundo mi sono anche concesso un paio di chilometri di discesa su asfalto dove ho potuto apprezzare l’architettura del motore a doppia ruota libera, che interrompe l’erogazione e svincola power unit e pedali una volta raggiunta la velocità massima.
Due salitone, due belle discese e ancora voglia, energie e batteria sufficienti a fare un altro giro. Peccato che il sole sia troppo basso e che il programma preveda cena a base di polenta…

Abbigliamento indossato nel test
Casco Specialized
Abbigliamento Alpinestars
Scarpe Northwave
Occhiali Ariete

Commenta per primo

POTRESTI ESSERTI PERSO:

Scott eRide
82 bici a pedalata assistita

Giant Glory Advanced
sfida al vulcano

#TUBIKE l’inverno non fa paura