Brexit: amici sì, uniti mai

Il divorzio ufficiale tra Regno Unito e Unione Europea risale a una manciata di giorni fa. Cosa ci stiamo perdendo? Motoristicamente parlando, moltissimo. Marchi e piloti che hanno fatto la storia prima erano “dei nostri, oggi sono “dei loro”. Ecco chi sono

PILOTI

Joey Dunlop 

«Al Tourist Trophy non conta sapere dove devi aprire il gas, ma dove devi chiuderlo». Questa celebre citazione di Joey Dunlop racchiude il segreto per vincere all’Isola di Man e, considerate le 26 vittorie al pericolosissimo TT, c’è da crederci. Ma, nonostante fosse uno dei piloti più forti di tutti i tempi specialista delle road races, The king of the road perse la vita nel 2000 a 48 anni in Estonia, durante una gara di 125 a causa dell’asfalto bagnato. Di carattere schivo e rimasto sempre lontano dal motociclismo mediatico, Joey correva per pura passione e, negli anni Settanta, insieme con il fratello Jim Dunlop e agli amici Frank Kennedy e Mervyn Robinson, fondò il team Armoy Armada. Spesso, con il furgone che utilizzava per raggiungere i campi di gara, distribuiva cibo e vestiti in Romania e in Bosnia e, nel 1996, gli venne conferito il titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico per il suo impegno umanitario a favore dei bambini orfani, opera che svolgeva in silenzio.

Mike Hailwood

In tanti lo ricordano come il più eclettico, talentoso e vincente pilota del Motomondiale, morto prematuramente a Birmingham nel 1981, in un incidente stradale. Parliamo di Mike The Bike, ritenuto il più grande di tutti i tempi grazie alle imprese epiche compiute negli anni Cinquanta e Sessanta, correndo e vincendo in tutte le classi e con tutte le case motociclistiche: MV Agusta, Honda, Ajs, Benelli, Ducati, EMC, Itom, Mondial, MZ, Norton, NSU, Paton, Triumph, gareggiando contro piloti come Agostini, Ivy, Read, Redman, Pasolini e non solo. Nella sua prima stagione completa vinse più di 50 gare stabilendo 38 record sulla distanza o sul giro. Lasciate le moto, Hailwood passò con buoni risultati alle quattro ruote, conquistando un titolo di campione europeo di Formula 2, ottenendo qualche podio in Formula 1 e conquistandone uno anche alla 24 Ore di Le Mans. Non per ultimo, Re Giorgio gli conferì una medaglia per aver salvato Clay Regazzoni dalle fiamme della sua monoposto.

Lewis Hamilton

Il pilota inglese è entrato nella storia della Formula 1 non solo per aver vinto sette titoli mondiali come Schumacher, ma anche per come è arrivato a farlo, riuscendoci alla stessa età di Schumi, 35 anni, ma nella medesima stagione battendo anche il suo record di Gran Premi vinti, 94 in 263 gare disputate. Appartenente a una modesta famiglia inglese di origini caraibiche, rappresentante di un ceto sociale escluso dalle corse automobilistiche giovanili, per farlo correre il padre svolse quattro diversi lavori, passando le notti in garage a sistemare i kart e indebitandosi. Dietro questi sforzi c’era la convinzione che il figlio fosse veramente portato per le corse, come in effetti dimostrò.

(Photo by Tolga Bozoglu – Pool/Getty Images)

Graham Hill

Unico pilota capace di vincere il Gran Premio di Monaco, la 24 Ore di Le Mans e la 500 Miglia di Indianapolis, oltre a due Mondiali Formula 1, conquistando così la Triple Crown del motorsport. Hill vantava inoltre un prestigioso palmares al Gran Premio di Monaco, nel quale ha trionfato per cinque volte diventando uno dei maggiori specialisti di questo tracciato unico nel suo genere. Nell’ambiente, Hill era conosciuto come un pilota veloce e corretto. Il suo taglio di capelli vittoriano, i baffi e l’alta statura gli conferivano l’aria di uno vero gentleman britannico, così, malgrado le umili origini, fuori dalla pista era considerato il vero signore del Circus della Formula 1. Morto in un incidente aereo nel ’75, la sua eredità continuò attraverso il figlio Damon, vincitore di 22 Gran Premi di Formula 1 e campione del mondo nel 1996 con la Williams-Renault.

Nigel Mansell 

Una lunga gavetta nei kart e alcune stagioni in Formula Ford e Formula 3, fino a essere incoronato campione del mondo ’92 in Formula 1 sulla Williams. Il Leone divenne un idolo per generazioni di appassionati e sportivi grazie a un episodio del 1984 quando, durante il Gran Premio di Dallas, rimase senza carburante sul rettilineo dell’ultimo giro ma riuscì comunque a raggiungere la la bandiera a scacchi uscendo dall’abitacolo e spingendo la sua monoposto, per poi crollare esausto sull’asfalto rovente della pista.

Barry Sheene 

Due volte campione del mondo in 500 nel 1976 e ’77, Barry Sheene è un’autentica icona del motorsport, che ha portato ai massimi livelli il simbolismo legato al motociclismo. Era solito mostrarsi in pubblico con una coniglietta di Penthouse e arrivare in circuito in Rolls-Royce o in elicottero. Tante le vittorie quanto gli schianti nella sua carriera: «Se fossi un cavallo da corsa, mi abbatterebbero!» commentò dopo l’esplosione di uno pneumatico della sua Suzuki a Daytona, da grande comunicatore qual era. Con James Hunt componeva la coppia ribelle delle corse, dedita a vizi e anticonformismo. Una vita vissuta come una rockstar, troncata a 52 a causa del cancro. 

Jackie Stewart 

Tre volte campione del mondo di Formula 1, nel ’69 con la Matra e nel ’71 e ’73 con la Tyrrell prima di ritirarsi a 34 anni, nel suo periodo di massima forma, consapevole di essere un sopravvissuto visti i pericoli cui i piloti della sua generazione andavano incontro. Dopo un brutto incidente, dal 1966 si batte a favore della sicurezza nelle corse e la lotta per la ricerca contro le malattie degenerative come la demenza senile e l’Alzheimer.

John Surtees

Morto a 83 anni nel 2017, John Surtees è stato l’unico pilota al mondo a vincere il Mondiale sia su due, sia su quattro ruote. Nel motociclismo ha conquistato sette titoli mondiali: dal 1958 al 1960 nella classe 350, nel 1956 e dal 1958 al 1960 nella classe 500. In Formula 1 ha invece corso dal 1960 (anno in cui partecipò a due Gran Premi, piazzandosi secondo in quello d’Inghilterra) al 1972, vincendo il titolo mondiale nel 1964 al volante di una Ferrari. La sua guida era definita feroce e competitiva, versatile e sprezzante del pericolo come poche nella storia delle corse. Ma il suo carattere permaloso lo allontanò dall’ultimo team, quello della Casa di Maranello, in grado di potergli dare una macchina vincente.