Prova Royal Enfield Himalayan, minuta tuttofare

La Royal Enfield Himalayan è una minuta e inesauribile tuttofare. Solida e ben fatta, ha un prezzo interessante per accaparrarsi i giovani viaggiatori e non solo...

29 giugno 2018 - 15:06

  LIVE  
PER TUTTI I GUSTI
Le proposte per i giovani motociclisti cominciano a essere numerose e interessanti, in particolare iniziano ad essere molto apprezzate quelle del macrosegmento dedicato ai motociclisti dotati di patente A2 che impone un tetto di 48 cv alla potenza massima. Naked, sportive con i semimanubri e ultimamente anche delle piccole tuttofare, proprio come la Royal Enfield Himalayan, la prima piccola enduro dell’azienda indiana. Piccola ma dalle grandi ambizioni, l’Himalayan ha un prezzo interessante per un giovanotto squattrinato: 4.590 euro.

Ha l’aria inarrestabile e robusta, la Royal Enfield Himalayan, e mai come in questo caso la prima impressione è quella giusta. Il motore è un monocilindro ad aria a corsa lunga (78×86 mm le misure di alesaggio e corsa) da 411 cc, capace di 24,5 cv a 6.500 giri e 32 Nm. Nonostante il suo aspetto volutamente datato, è dotato di contralbero di bilanciamento, avviamento elettrico ed è a iniezione. Il cambio è a 5 rapporti.

Solo Metallo
A girarle attorno, la Royal Enfield Himalayan pare uscita dritta dritta dal celebre film Mad Max: di plastica ce n’è davvero poca, sostituita per la maggior parte da robusto metallo. Che però ha uno svantaggio: il peso specifico elevato. Motivo per cui l’Himalayan ferma l’ago della bilancia a 182 kg in ordine di marcia, non pochi per una piccola 400. Tante le sovrastrutture (davanti ci sono addirittura due parafanghi…) e i punti di possibile fissaggio: zaini e borse di qualunque materiale (optional) sono ben accetti. A frenare gli entusiasmi del motore ci pensa un disco freno anteriore da 300 mm e uno posteriore da 240 mm, in abbinata all’ABS (che però non è disinseribile).

Anche la ciclistica della Royal Enfield Himalayan è pensata per resistere a qualunque maltrattamento. Il telaio è una culla in tubi di acciaio (nella parte inferiore ha una paratia per proteggere da sassi e terriccio) accoppiata a sospensioni dalla corsa piuttosto lunga: 200 mm la forcella (che adotta dei nostalgici soffietti) e 180 mm la ruota posteriore, che muove un monoammortizzatore infulcrato al forcellone con un sistema di leveraggi progressivi. L’interasse promette molta stabilità, 1.465 mm, e nonostante l’aspetto da stambecco la sella è a quote più che ragionevoli per qualunque femore: 800 mm. Le misure delle ruote assicurano una guida a 360°: cerchi da 21-17″ che calzano pneumatici leggermente tassellati.

Foto di Thomas Bressani
  DRIVE  
COME UN PASCIÀ
La Royal Enfield Himalayan riesce ad adattarsi bene a piloti di qualunque taglia. La seduta, in particolare, è molto indovinata: si sprofonda in una sella piacevolmente soffice ma che lascia un buon livello di mobilità. Il manubrio è largo e lontano correttamente, le pedane ben centrate e non vicine al piano seduta. Chiunque si troverà a proprio agio, anche perché il peso non è eccessivo. La strumentazione è piccola ma completa, composta di diversi quadranti (compresa una bussola e un termometro).

FACILE MA ATTENZIONE AI FRENI!
Basta qualche metro con la Royal Enfield Himalayan per guidare disinvolti, anche nel traffico più congestionato. Nonostante il baricentro alto, la sua guida è morbida e intuitiva. Merito dell’assetto, confortevole ma non cedevole, del motore pacioso e dei comandi morbidi (anche se non particolarmente precisi). Anche il riparo aerodinamico non è male, mentre l’impianto frenante fatica ad arrivare alla sufficienza: buono per gestire l’incedere dinoccolato della Hymalaian, un po’ meno quando si cercano frenate consistenti. La potenza disponibile è realmente esigua. La minuscola pinza a due pistoncini è l’indiziata numero uno…

Lontano dal caos del traffico urbano, la Royal Enfield Himalayan è ancora più apprezzabile. Magari su una strada di campagna, da affrontare senza fretta ma non per questo senza divertirsi. La ciclistica è il suo piatto forte: forcella e monoammortizzatore non hanno mai reazioni impreviste, anche in situazioni limite come…un salto. Il fine corsa non arriva, scorrono ma non vanno in crisi e chi guida si diverte. In fin dei conti è quello che conta.

MOTORE CON POCO FIATO
Certo, non è un fulmine a fiondarsi a centro curva e il grip dei pneumatici semi tassellati non è così elevato, ma l’Himalayan è ben predisposta alla guida baldanzosa. Il motore ha un’erogazione fluida e regolare, soprattutto ai regimi intermedi, ma gli manca un po’ di forza: per vedere velocità decorose occorre spremerlo parecchio e a quel punto le vibrazioni e il rumore si fanno abbastanza insistenti. La concorrenza è equipaggiata con motori più prestanti e moderni.

Dove l’asfalto finisce, l’Himalayan non si ferma. La guida in piedi non le è indigesta, il pilota si trova a proprio agio grazie a una triangolazione indovinata, e anche in presenza di ostacoli non si tira indietro. Non bisogna avere grandi pretese, ma il sentiero che porta alla caletta nascosta -e anche qualcosa di più ardito- è assolutamente alla sua portata.

Foto di Thomas Bressani

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