Devo ammettere che ero un po’ prevenuto. Non amo troppo le manifestazioni che hanno il sapore di messa in scena o di teatrino, perché spesso si rivelano forzature con ben poco sotto i costumi. Amo, invece, la bici, ma forse proprio per questo non mi ero mai avvicinato a mente sgombra all’Eroica, che dal 1997 trasforma Gaiole in Chianti in un paese popolato da biciclette con i pedali a gabbietta e le leve del cambio sul tubo obliquo, accompagnate a ciclisti vestiti di lana, fustagno e velluto.

PEDALI E CILINDRI

L’occasione mi si è presentata pochi giorni prima della XXI edizione, quando un’amica mi ha detto che sarebbe andata all’Eroica per realizzare un servizio fotografico. In quell’istante l’Honda X-ADV parcheggiato nel cortile della redazione mi ha strizzato l’occhio e nel cervello si è accesa la spia del Servizio Speciale: saremmo stati la versione off-road dei moto reporter da asfalto.
È stato un attimo ritrovarci in plancia di un Citroen SpaceTurer con lo scooter ancorato al posto dei sedili posteriori, due biciclette (moderne) fissate ai lati, uno zaino di attrezzatura fotografica, un paio di borsoni e un saccone di viveri incastrati nei pertugi e un sarago di stoffa, senza un occhio, adagiato sul cruscotto.
Beh, sbarcati a Gaiole, dopo mezz’ora che respiravo aria di Eroica, mi ero già pentito di essere venuto per lavorare, per di più con un bicilindrico da 750 cc sotto il sedere e mi stavo già struggendo su quale dei percorsi pedalerò il prossimo anno

IL CICLISMO È UNO SOLO

L’atmosfera era coinvolgente e fra poche forzature e qualche caricatura ho trovato molta più autenticità di quanto potessi immaginare.
Voglio tralasciare le riflessioni sui valori del ciclismo di una volta, sulle radici dello sport popolare per eccellenza, sul gusto dell’impresa e tutta l’epica legata alla bicicletta, che trovo un po’ stucchevole. Non credo esistano un ciclismo vero ed eroico e uno meno nobile, come non credo si possano confrontare epoche e campioni lontani decenni. Credo però in una cosa importante, che in fondo è il filo rosso che lega la bicicletta, le biciclette e i ciclisti: il piacere di pedalare. Un piacere che è la somma di mille sensazioni che non per forza sono le stesse per ciascuno di noi. Ma che di sicuro sono cementate da un certo masochismo, dal piacere della fatica e dal gusto agrodolce della sofferenza. Per aspera ad astra

QUALCHE MITO DA SFATARE

E di fatica vera all’Eroica ce n’è tanta, per chi si mette alla prova sui percorsi più lunghi. Ciclisti che pedalano dalle 5 di mattina alle 8 di sera, che partono e arrivano con il buio. “Mah, roba da vecchi…” ho sentito dire. Non mi è sembrato: l’età media di chi sudava sui 209 km per 3.200 m di dislivello o sui 115 km per 2.400 m (anche più duro di quello da 135 km per 2.300 m) era intorno ai 40 anni. Ho visto gambe depilate, polpacci guizzanti, quadricipiti scolpiti e udito una moltitudine di accenti stranieri, distanti anche un Oceano.
“Mah, tanta gente che non sa pedalare…” Vero, ma anche alle granfondo c’è da giocare il jolly ad ogni rotonda e in discesa. Che facciamo, si organizza un esame di ammissione? Allora alla maratona di New York facciamo partire solo chi rulla correttamente e fa venti metri di skip senza incespicare! Certo, pedalare su terreni così vari e fondi anche molto sconnessi non è facile e scivolare è da mettere in preventivo, ma fa parte del gioco e ognuno deve essere conscio dei propri limiti.

Sabato è il momento della scoperta. I dati ufficiali parlano di 7.000 iscritti e oltre 12.000 presenze. Girovaghiamo per il borgo,  cercando volti, oggetti, dettagli e gesti fino all’ora della Cena degli Eroi, eroi che però sono quasi tutti già in branda visto che la mattina partiranno alle 5. Anche noi ci eravamo riproposti di farlo, ma quando alle tre e mezza di domenica suona la sveglia faccio finta di non sentirla e mi convinco che anche se arriviamo a Gaiole alle 6 la magia della partenza a lume di torcia riusciremo a coglierla altrettanto bene…

LA DIGNITÀ DELLO STERRATO

Abbiamo deciso di seguire la 200 km, così da percorrere tutta o quasi la varietà dei paesaggi che l’Eroica attraversa. Sì, perché “riscoperta delle radici autentiche del ciclismo” a parte, questo evento è uno straordinario esempio di valorizzazione del territorio e del patrimonio ambientale; e quanto sia efficace me lo hanno fatto capire due francesi con la maglia bianca e nera della Peugeot che, sullo sfondo delle Crete, cadenzavano la pedalata a suon di “incroyable… fantastique…” e un americano della west coast al bis di Chianti e tris di ribollita, sotto la pioggia del ristoro di Asciano, a 150 km dalla partenza e 50 all’arrivo.
Montalcino, Val d’Orcia, Crete senesi, Chianti e Val d’Arbia. L’alba, la pioggia, il sole e il tramonto. La Toscana si è mostrata senza pudore, sorprendendomi con le sue strade bianche, che senza timore reverenziale alcuno verso le sorelle bitumate sfoggiano cartelli stradali, uniscono paesi e accolgono persino furgoni del’UPS.
E man mano che il giorno trascorreva mi rendevo conto che l’idea dell’Honda X-ADV era stata vincente perché, con l’attrezzatura al riparo da polvere e acqua nel bauletto e cinque chili di pane toscano e finocchiona nel sottosella, siamo riusciti a muoverci velocemente e in sicurezza sugli sterrati per catturare i passaggi più spettacolari e a riguadagnare tempo e chilometri su asfalto.

EPILOGO, RIPOSO E RICOMPENSA

Decidiamo di restare sul percorso e seguire i ciclisti fini all’imbrunire, per entrare con loro a Gaiole con le luci accese. In realtà era la scusa per fermarci all’ultimo ristoro per asciugarci e riscaldarci un po’ ma soprattutto per tuffare manciate crostini nel piattone di ribollita che le signore in costume servivano sotto il tendone accanto al tavolino della timbratura… L’ingresso a Gaiole, molto bello in quanto ad atmosfera per il buio, gli applausi e gli incitamenti della gente, mi ha lasciato però un po’ di amaro in bocca e di insulti fra i denti perché dopo una cert’ora le strade sono riaperte al traffico e i ciclisti devono zigzagare fra le auto di chi ha già smesso i panni di lana e sta tornando alla vita del XXI secolo e i furgoni di chi ha smontato le bancarelle, riposto telai, manubri e cambi in scatoline ordinate e ripreso la rotta verso la prossima destinazione più o meno mitica e polverosa.

Quando spegniamo definitivamente il motore ci accorgiamo di essere stanchi e spossati, ma il pensiero va a chi non ha passato la giornata su una sella imbottita e ha pure fatto girare le gambe per una decina di ore; non vediamo l’ora che tocchi a noi l’indomani, pedalare su quelle strade che oggi abbiamo solo percorso.
E così è stato. Ci siamo concessi solo una sessantina di chilometri (non volevamo arrivare cotti al momento del rientro a casa), ma ben scelti, proprio per cercare di capire attraverso le nostre ruote. Le salite sono brevi ma dure, le discese infide e la compact, l’esperienza con la Mtb e con il Gravel sono un grosso aiuto.
Non abbiamo invece potuto scoprire come reagiscono le braccia e le spalle, affaticate da tante ore e tanti chilometri, quando si tratta di tenere la traiettoria a quaranta all’ora sul brecciolino e soprattutto come lavorano i pattini dei vecchi freni
Il mio consiglio per vivere nel migliore dei modi l’Eroica è pertanto fare un po’ di pratica, guidando su sterrati anche scorrevoli e presentarsi alla partenza con una bicicletta in ordine. In una parola, non lasciare spazio all’improvvisazione perché il confine fra un’esperienza da ricordare per sempre e un’avventura da dimenticare non è così netto.

L’AMMENDA

Beh, mi sbagliavo di grosso sull’Eroica. Faccio pubblica ammenda. Girando per le strade del borgo il sabato, seguendo i ciclisti della 200 km sullo scooter la domenica e pedalando su parte dei percorsi il lunedì, ho aperto gli occhi su una realtà in cui la recita non è affatto il fine ma la parte che dà un bel colore al gioco. E il prossimo anno, a recitare ci sarò anch’io.

Foto di Martina Folco Zambelli, courtesy of HLMPhoto